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MessaggioInviato: Dom Ott 18, 2009 1:43 pm Rispondi citando
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O figlia mia

O figlia mia,
no state a maridar!
Prima un dotore,
secondo un speziere
e il terzo amore
un contrabandiere!

O figlia mia,
indove tu vai?
- Vado in convento
di Santa Lucia:
vado a pregare
in vita mia. –

O figlia mia,
per chi pregherai?
- Io pregherò
per frateli e sorele,
ma no per te,
madre crudele! –

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MessaggioInviato: Lun Ott 19, 2009 4:32 pm Rispondi citando
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Sior Bortolo (1896)

Edoardo Borghi («Oddo Broghiera»), simpaticissima figura di poeta e musicista, fu il più geniale caratterizzatore dei tipi intimamente legati alla vita popolare triestina. Chi è «Sior Bortolo»? Un uomo che riunisce in sé le doti del «puro sangue». S’innamori di una sartina, si roda di gelosia, cambi i connotati al rivale, mandi al diavolo la ragazza, si dia alla pazza gioia, la ragione è sempre dalla parte sua.
«Vita godi, vita patissi», dice un vecchio adagio.

Versi e musica di E. Borghi
Trascrizione di C. Noliani

Qua soto el nostro ziel
tuto xe tanto bel:
morbin che ‘l cor ristora,
putele che inamora …
Sior Bortolo, se lo sa,
per quel se ga scaldà
de Nina sartorela,
grassota, bionda e bela.
‘Sta zima de moscardin,
passandoghe vizìn
el te ghe ga dà un’ociada
che a ela ga podù.
Brao Bortolo! Ben petada!
E chi ga ‘vù ga ‘vù!

De qualche tempo in qua
Bortolo xe insempià:
l’amor xe un ingrediente
che fa insempiar la zente …
Sior Bortolo, poverin,
smagrido come un spin,
vien a savèr un giorno
che un altro ronza ‘torno.
Alora, tuto infurià,
el stagna el disgrazià
con tanto de crozzolada
de quele che ‘l sa lù!
Brao Bortolo! Ben petada!
E chi ga ‘vù ga ‘vù!

Che bota che la ga!
Nina se ga refà;
i merli ghe svolazza,
le babe la sparlazza …
Sior Bortolo, el fato sta,
in ganga el xe tornà
e rivoltà de pianta,
el fraia, el godi, el canta.
No ‘l va che in zerca de vin,
el s’ciopa de morbin,
la bionda ‘l la ga impiantada
per no badarla più!
Brao Bortolo! Ben petada!
E chi ga ‘vù ga ‘vù!

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MessaggioInviato: Lun Ott 19, 2009 4:46 pm Rispondi citando
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Cantade dei nostri veci

Piccola rapsodia triestina

Non fugir, contrabandier! 2 x
Contrabandiere e di valor, di valor! 2 x
Qua ‘l conzalastre, caldiere, farsore,
impizza, distuda ferai!
Qua ‘l conzalastre,
caldiere, caldiere, farsore,
caldiere, farsore,
impizza, distuda ferai!
Impizza, distuda ferai!
I ferai!
E le mule sartorele.
E le mule sartorele
e le vien zo a quatro a quatro,
co’ la struzza soto ‘l brazzo,
e ogni tanto un rosigon!
Va in maloròn, va in maloròn
va in maloròn le mule bele,
causa tute, causa tute,
causa tute del mio mal!
E mòlighe ‘l fil.
Ciò, Menigo:
la mula la va in cassòn!

Risata fragorosa

Portè un mazzo de carte,
e che noi vo
che noi voliamo giocar!
El ga zogà set’ani
per guadagnar l’amor!
Sì, l’amor!
El mio caro Gingin,
il mio bene sei tu.
Quando el sol
tramonta in mar,
quando el sol
tramonta in mar.
A la campagna,
basta che la sia bela.
Ciumba la li la le la,
e viva l’amor!
Viva l’amor! 2 x
Numero uno: no passa mai nissuno.
Numero due: deposito rochete.
Numero tre: no xe che vache e armente;
quei quatro che xe là
i ghe ziga: Alt! Wer da?
Cantemo, cantemo!
E noi cantemo,
e noi cantemo!
Cantemo, cantemo!
E noi cantemo
per farli rabiar!
El vin xe bon,
la mula in cassòn!
El vin xe bon!
El vin xe bon!

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MessaggioInviato: Lun Ott 19, 2009 4:53 pm Rispondi citando
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Epilogo

Concludo questa lunga carrellata con una introduzion de Claudio Noliani ai Canti triestini, una raccolta de canti popolari che gavevo messo all’inizio.

… perché il popolo – vedete – canta di tutto un po’, a Trieste come altrove e la fortuna maggiore tocca naturalmente alle canzonette di moda. Ma sotto la mutevole superficie ove i moderni ballabili si contendono affannosamente il successo vivono i canti popolari tradizionali. I primi s’impongono per qualche mese, per qualche anno al massimo; gli altri sfidano i decenni, i secoli addirittura, vengono trasmessi da generazione in generazione, vengono appresi unitamente al linguaggio e s’accompagnano alle vicende dell’essere singolo e della stirpe.
Qualcuno forse penserà alla tradizione popolare come a qualcosa di stagnante; ciò non corrisponde al vero: tutto continuamente si trasforma e spesso ciò che sembrava spento rinverdisce sempre in virtù della rielaborazione. Sono mutazioni piuttosto lente e poco appariscenti, ma sono comunque un fatto incontestabile.
Né è vero che le creazioni del genio popolare rappresentino uno stadio arretrato della evoluzione artistica: sono espressioni compiute e – ciò che più conta – genuine e veritiere.
Evidente è il dissidio tra la cultura “accademica” e l’immediatezza popolare. L’artista colto insiste su certi temi cui il popolano mai s’accosterebbe spontaneamente. L’umorismo del primo viene di rado apprezzato dall’altro e viceversa. Nel linguaggio l’artista colto ha cura di apparire vivace ed elegante; il popolano non fa questioni di forma: gli basta esprimere ciò che sente e pertanto mescola allegramente lingua e dialetto, versi monchi e versi sovrabbondanti.
È maestro nell’adattamento, insofferente degli schemi, eminentemente elastico. Non si fa scrupolo d’accavallare tre, quattro sillabe su di una croma, né d’immettere nel testo delle frasi del tutto estranee al soggetto.
Il popolano poeta e musico improvvisato si avvale insomma di una tecnica specialissima; ne risulta un’arte a sé, che richiede delle singolari doti interpretative.
Che dire del popolo triestino?
Mente positiva, ricco di senso pratico, egli ha saputo amare fortemente senza abbandonarsi a ridondanze liriche. Ha cantato le gioie e i dolori della vita, le bellezze della sua terra; ha tratteggiato tipi e situazioni con viva genialità ed ha saputo trovare in tutto ed in tutti il lato umoristico.
Duro e tenace lavoro, terre avare, lunghe invernate, urli di bora, ritmi di rocce e di mare hanno modellato nei secoli l’anima triestina. Aridità e pessimismo le sono ignoti. È aperta, cordiale, serena. La virtù assimilatrice s’accompagna ad un innato buon senso.
Tutto ciò si rispecchia mirabilmente nei canti popolari.
Il folclore musicale triestino è molto più ricco di quanto gli stessi triestini possano supporre. Una parte considerevole delle vecchie canzoni è stata irrimediabilmente inghiottita dal tempo. Molto di più sarebbe scomparso se il compositore triestino Antonio Illersberg non avesse valorizzato i canti del passato per mezzo delle sue geniali rapsodie corali ed un intelligente, appassionato cultore d’arte popolare – Alberto Catalan – non avesse pazientemente raccolto e ricostruito varie centinaia di tali motivi.

Claudio Noliani

E finimo in bellezza come Uccio Augustini alla Dreher con


Santi ricordi

Sule tori l'alabarda
e la crose su in piazzal
de sta gente mai bastarda
xe stà l'unico ideal.

Quatro muri de fortezza
i serava la zità,
ma 'l gran fior de la belezza
mia qua dentro el ga mancà.

Sì, sì, Trieste, mi te amo sempre,
amo i tui fiori, li go sul cuor;
qua go la cuna, qua go la tomba,
viva Trieste, tera d'amor!

Da Caboro zo in Cavana,
da Donota a San Micel,
a do colpi de campana
come un fulmine del ciel

cento spade, cento cuori
iera pronti, ve so dir,
con un baso de sti fiori
ben contenti de morir.

Sì, sì, Trieste, mi te amo sempre,
amo i tui fiori, li go sul cuor;
qua go la cuna, qua go la tomba,
viva Trieste, tera d'amor!

Xe ben caro quel fioreto
che vien su de sto giardin;
chi vol altri sul suo peto
no xe vero triestin.

Pute care, bei tesori,
che i ve dighi quel che i vol,
sè voialtre sti gran fiori
e Trieste el vostro sol.

Sì, sì, Trieste, mi te amo sempre,
amo i tui fiori, li go sul cuor;
qua go la cuna, qua go la tomba,
viva Trieste, tera d'amor!

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MessaggioInviato: Dom Dic 03, 2017 6:26 pm Rispondi citando
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Se questo forum non gira, sarò costretto ad eliminare tutto quello che ho scritto. Buona serata, Franco

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