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MessaggioInviato: Sab Ott 17, 2009 11:51 am Rispondi citando
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O felice o chiara notte

(Trentino)

O felice, o chiara notte
di quel lume sei feconda

ma l'è l'aurora, l'è l'aurora più gioconda,
più ridente del mattin.

Su pastori e non dormite
che l'è lora di vegliar

ma quelle voci, quelle voci son partite
fanno presto a ritornar.

Su pastori alla capanna
su venite e non tardate

le vostre agnelle, vostre agnelle abbandonate
Dio dall'alto veglierà.



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MessaggioInviato: Sab Ott 17, 2009 11:52 am Rispondi citando
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Tu scendi dalle stelle

(Canto natalizio)

Tu scendi dalle stelle
o Re del cielo
e vieni in una grotta al freddo e al gelo,
e vieni in una grotta al freddo e al gelo.

A Te che sei del mondo
il Creatore
mancano panni e fuoco, o mio Signore,
mancano panni e fuoco, o mio Signore.

Caro eletto Pargoletto
quanto questa povertà
più m'innamora
giacché ti fece amor povero ancora,
giacché ti fece amor povero ancora.

Tu dormi o Gesù mio,
ma intanto il cuore
non dorme, no, ma veglia a tutte l'ore.
Non dorme, no, ma veglia a tutte l'ore.


https://www.youtube.com/watch?v=cC3yv0v1WOE


Ultima modifica di Socrate il Dom Giu 07, 2015 4:08 pm, modificato 2 volte in totale
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MessaggioInviato: Sab Ott 17, 2009 11:53 am Rispondi citando
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La penna dell’alpino

Bersagliere ha cento penne
ma l'alpino ne ha una sola,
un po’ più lunga, un po’ più mora
sol l’alpin la può portar.

Là sui monti vien giù la neve,
la tormenta dell'inverno,
ma se venisse anche l'inferno
sol l’alpin riman lassù.

Quando scende la notte bruna
tutti dormon nella pieve,
ma con la faccia dentro la neve
sol l’alpin non può dormir.

Se dall’alto dirupo cade
confortate i vostri cuori
perché se cade in mezzo ai fiori
non gli importa di morir.



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MessaggioInviato: Sab Ott 17, 2009 11:54 am Rispondi citando
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Al comando dei nostri ufficiali

Al comando dei nostri ufficiali,
caricheremo con palle e mitraglia;
e se per caso il colpo si sbaglia,
a baionetta l'assalto farem.

Tu nemico, che sei tanto forte,
su fatti avanti, se hai del coraggio,
che se qualcuno ti lascia il passaggio,
noialtri Alpini fermarti saprem!

Dove più alta sarà la battaglia,
al corpo a corpo verremo alle mani:
combatteremo da bravi italiani,
faremo onore al patrio valor!

O care mamme che tanto tremate,
non disperate pei vostri figlioli,
che qui sull'Alpe non siamo noi soli:
c'è tutta Italia che a fianco ci sta.

Che qui sull'Alpe non siamo noi soli:
c'è tutta Italia che a fianco ci sta.



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Ultima modifica di Socrate il Mar Gen 03, 2012 5:59 pm, modificato 1 volta in totale
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Attraverso valli e monti

(Canto della Resistenza)

Canto della Resistenza di provenienza slava, trasferito nelle formazioni italiane attraverso i contatti operativi nella parte orientale dell’arco alpino.

Attraverso valli e monti
eroico avanza il partigian
per scacciare l'invasore
all'istante e non doman.
Per scacciare l'invasore
all'istante e non doman.

E si arrossan le bandiere
tinte nel sangue del partigian;
giù dai monti a balde schiere
sotto il fuoco avanti van

I tedeschi e i traditori
saran scacciati con l'acciar
e il clamor della vittoria
varcherà le Alpi e il mar.

Combattiam per vendicare
tanta infamia e atrocità
combattiam perché l'Italia
viva in pace e libertà



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Ultima modifica di Socrate il Mar Gen 03, 2012 6:02 pm, modificato 1 volta in totale
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Dov’è la mia patria?

Inno boemo - La vecchia canzone composta da Fr. Skroup è divenuta l'inno
nazionale cecoslovacco. Intimamente pervasa di senso nostalgico, la melodia
interpreta con esmplare aderenza un testo poetico, che è una professione di
amore e di fede verso la propria terra natia. Il titolo originale è : "Kde
domov mûj".

La patria mia dov'è, dov'è?
Dove il rivo dolcemente
lambe selve e prati in fiore,
dove ondeggian spighe d'or
e fiammeggiano nel sol,
dove scorre la Moldava
è la bella patria mia
di Boemia sacro il suol.

La patria mia dov'è, dov'è?
È la terra cara a Dio,
dove vivon salde genti,
cuori forti, cuori ardenti
che non temono il destin,
dove tutti son fratelli
è la bella patria mia
di Boemia sacro il suol.

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DEEP RIVER

(Negro Spiritual)

È uno dei classici e dei più noti canti religiosi del folklore negro Americano. La dolce e malinconica melodia ed il poetico testo di questo capolavoro sono di autore sconosciuto. È un canto ispirato alla atavica nostalgia per la lontana terra d’origine, che trova conforto nel fervore religioso.

Deep river, my home is over Jordan,
Deep river, Lord, I want to cross over into camp ground.

My Lord, he calls me
He calls me by the thunder.
The trumpet sounds within my soul:
I ain't got long to stay here.

Deep river, my home is over Jordan,
Deep river, Lord, I'm gonna cross over into campground.



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MessaggioInviato: Sab Ott 17, 2009 2:05 pm Rispondi citando
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Stille Nacht

(Conosciuta in Italia con il titolo di Astro del Ciel) è un noto canto natalizio di origine austriaca.
Le parole vennero scritte dal sacerdote Joseph Mohr nel 1816, allora assistente parrocchiale presso la località di Mariapfarr nel Lungau, mentre la musica venne composta da Franz Xaver Gruber, allora insegnante ad Arnsdorf ed organista ad Oberndorf, nella vigilia di Natale del 1818.

Il 24 dicembre 1818 Mohr chiese a Gruber di musicare il brano da lui scritto per due voci soliste, coro e chitarra. Non è noto il motivo per cui venne fatta tale richiesta. Un racconto tradizionale riporta che ciò sarebbe avvenuto in quanto l'organo della chiesa di San Nicola era guasto (questo spiegherebbe il ricorso alla chitarra).

Attorno ai motivi ed alla stesura del brano, comunque, si sono sviluppate numerose storie e narrazioni. Successivamente Gruber fece vedere la partitura a Mohr che approvò il tutto.

La prima esecuzione pubblica avvenne nella notte del 24 dicembre 1818 durante la Messa di Natale nella chiesa di San Nicola di Oberndorf, presso Salisburgo, ed il brano venne eseguito dai suoi due autori con Mohr che cantava la parte del tenore ed accompagnava con la chitarra Gruber che intonava la parte del basso.

Oggigiorno è una delle più note e conosciute canzoni natalizie e si ritiene che sia stata tradotta in più di 300 lingue.

Testo originale in Tedesco

Stille Nacht! Heilige Nacht!
Alles schläft; einsam wacht
Nur das traute hochheilige Paar.
Holder Knabe im lockigen Haar,
Schlafe in himmlischer Ruh!
Schlafe in himmlischer Ruh!

Stille Nacht! Heilige Nacht!
Gottes Sohn! O wie lacht
Lieb´ aus deinem göttlichen Mund,
Da schlägt uns die rettende Stund,
Jesus in deiner Geburt!
Jesus in deiner Geburt!

Stille Nacht! Heilige Nacht!
Die der Welt Heil gebracht,
Aus des Himmels goldenen Höhn
Uns der Gnaden Fülle läßt seh´n
Jesum in Menschengestalt,
Jesum in Menschengestalt.

Stille Nacht! Heilige Nacht!
Wo sich heut alle Macht
Väterlicher Liebe ergoß
Und als Bruder huldvoll umschloß
Jesus die Völker der Welt,
Jesus die Völker der Welt.

Stille Nacht! Heilige Nacht!
Lange schon uns bedacht,
Als der Herr vom Grimme befreit,
In der Väter urgrauer Zeit
Aller Welt Schonung verhieß,
Aller Welt Schonung verhieß.

Stille Nacht! Heilige Nacht!
Hirten erst kundgemacht
Durch der Engel Alleluja.
Tönt es laut bei Ferne und Nah:
Jesus, der Retter ist da!
Jesus, der Retter ist da!



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MessaggioInviato: Sab Ott 17, 2009 2:07 pm Rispondi citando
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Gaudeamus igitur

"De brevitate vitæ" conosciuto maggiormente come "Gaudeamus igitur" o anche solo "Gaudeamus" è l'inno internazionale della goliardia. Il suo testo in latino ricorda da vicino le scanzonate considerazioni dei clerici vagantes medievali, studenti che celebravano una gioventù da vivere giorno per giorno in libertà. È tuttora considerato l'inno internazionale degli studenti universitari. Nel 1959 è stato scelto come inno dell'Universiade.

Gaudeamus igitur, iuvenes dum sumus (a seconda delle fonti, iuvenes può mutare in juvenes), generalmente abbreviato in gaudeamus igitur è una locuzione latina che letteralmente significa godiamo ordunque, mentre siam giovani. Gaudeamus è un congiuntivo di modo esortativo: l'espressione viene solitamente usata come conclusione di un ragionamento che esalti la gioventù e la felicità, e invita ovviamente a godere della vita ed essere felici finché si è nel fiore degli anni.

Origini e storia
Il testo e la melodia dell'inno hanno origini distinte, e una storia controversa.

Il testo
Presso la Bibliothèque nationale de France (Parigi) è conservato il manoscritto di un inno latino dal titolo Scribere proposui datato 1267, opera di Strada, vescovo di Bologna, in cui appaiono i versi 2-3 della prima strofa di Gaudeamus igitur, ma non ci è dato sapere quale dei due sia fonte dell'altro. Tale inno è provvisto di notazione melodica, ma non riproduce il profilo melodico a noi noto.

Il testo latino attuale è opera di Christian Wilhelm Kindleben che lo pubblicò nel 1781 in Studentenlieder, Halle, 1781, p. 52.

Egli raccolse come canovaccio gli appunti manoscritti da un quaderno dei suoi compagni di studi, datato tra il 1723 e il 1750, conservato oggi presso la Westdeutsche Bibliothek di Marburgo.

Tali manoscritti sono sensibilmente differenti dal testo finale di Kindleben.

Ma già nella "Sammlung Johann Christian Günthers" (Frankfurt and Leipzig, 1730) circolava un testo in tedesco datato 1717 (senza musica), che appare come traduzione del Gaudeamus igitur e che comincia con il verso "Brüder laßt uns lustig sein".

Lo stesso testo, in parte modificato, è stato cantato nel film "Viaggio al centro della Terra" (Voyage au centre de la terre), tratto dall'omonimo romanzo di Verne.

La melodia
La prima stampa a noi nota dell'attuale melodia è in Lieder für Freunde der Geselligen Freude, Leipzig, 1788, p. 24, ed accompagna il testo tedesco di Günther.

Ma già nel 1782 la melodia doveva essere così nota che August Niemann, nell'Akademisches Liederbuch, Dessau and Leipzig, adattò alla medesima metrica dell'inno altre tre poesie. La prima apparizione di testo latino e melodia unite risale alla messa in scena dell'opera Doktor Faust di Ignaz Walter, eseguita nel 1797 a Brema: in essa degli studenti in una taverna cantano Gaudeamus igitur. La divulgazione della melodia presso il vasto pubblico ricevette un notevole contributo dalla sua inclusione nella "Akademische Fest-Ouverture" per orchestra di Johannes Brahms pubblicata nel 1881.

Testo e traduzione
Il testo qui riportato è quello di Kindleben (1781), di cui oggi circolano diverse varianti ed ampliamenti (nell'Inno della Goliardia Italiana, seconda e terza strofa sono invertite)..

Gaudeamus igitur iuvenes dum sumus. [bis]
Post iucundam iuventutem
post molestam senectutem
nos habebit humus! [bis]

Ubi sunt qui ante nos in mundo fuere? [bis]
Vadite ad superos
transite ad inferos
hos si vis videre. [bis]

Vita nostra brevis est, brevi finietur, [bis]
venit mors velociter,
rapit nos atrociter,
nemini parcetur. [bis]

Vivat academia, vivant professores! [bis]
Vivat membrum quodlibet,
vivant membra quaelibet,
semper sint in flore. [bis]

Vivant omnes virgines faciles, formosae! [bis]
Vivant et mulieres
tenerae, amabiles,
bonae et laboriosae. [bis]

Vivat et respublica et qui illam regit! [bis]
Vivat nostra civitas,
maecenatum charitas,
quae nos hic protegit. [bis]

Pereat tristitia, pereant osores! [bis]
Pereat diabolus,
quivis antiburschius,
atque irrisores. [bis]

Quis confluxus hodie academicorum? [bis]
E longinquo convenerunt,
protinusque successerunt
in commune forum. [bis]

Alma Mater floreat quae nos educavit [bis]
caros et commilitones,
Dissitas in regiones
sparsos congregavit. [bis]



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MessaggioInviato: Sab Ott 17, 2009 2:09 pm Rispondi citando
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Signore delle cime

Signore delle cime è il titolo di un canto di ispirazione popolare con testo e musica composti nel 1958 dal compositore vicentino Giuseppe (Bepi) de Marzi, all'epoca ventitreenne.

Destinato ad essere eseguito dal coro de I Crodaioli di Arzignano, fondato dallo stesso De Marzi, Signore delle cime è divenuto ben presto un successo mondiale, tradotto in centotrentaquattro lingue e adattato anche per esecuzioni orchestrali.

Il brano è un moderno epicedio, una fervida commemorazione funebre in ricordo dell'amico Bepi Bertagnoli, tragicamente scomparso in montagna. Ma l'occasione contingente, solo adombrata nel testo (Un nostro amico hai chiesto alla montagna), non ne ha impedito la ricezione in breve tempo come canto di universale immedesimazione.

La semplicità d'impianto e il grande impatto emotivo lo hanno reso parte del repertorio di numerosissimi cori polifonici e popolari. La semplice melodia, accompagnata da armonie tradizionali ma non scontate, è abbinata ad un testo che unisce sentimento, pietas popolare e devozione cristiana.


Dio del cielo, Signore delle cime
un nostro amico hai chiesto alla montagna
Ma ti preghiamo su nel paradiso
Su nel paradiso lascialo andare
per le Tue montagne.

Santa Maria, signora della neve
copri col bianco soffice mantello
il nostro amico il nostro fratello
Su nel paradiso lascialo andare
per le Tue montagne.



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Monte Pasubio

Su la strada del Monte Pasubio
bomborombom bom borombom
lenta sale una lunga colonna
bomborombom bom borombom.
L’è la marcia de chi non torna
de chi se ferma a morir lassù.

Ma gli alpini non hanno paura
bomborombom bom borombom.

Su la cima del Monte Pasubio
bomborombom bom borombom,
soto i denti ghe ze ‘na miniera
bomborombom bom borombom.
Ze i alpini che scava e spera
de ritornare a trovar l’amor.

Ma gli alpini non hanno paura,
bomborombom bom borombom.

Su la strada del Monte Pasubio
bomborombom bom borombom
ze rimasta soltanto ‘na crose
bomborombom bom borombom.
No se sente ma più ‘na vose,
ma solo el vento che basa i fior.

Ma gli alpini non hanno paura
bomborombom bom bomborombà.



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Ultima modifica di Socrate il Mer Ott 30, 2013 5:42 pm, modificato 1 volta in totale
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L’ultima notte

Era la notte bianca di Natale
ed era l’ultima notte degli alpini;
silenzioso come frullo d’ale
c’era il fuoco grande nei camini.

Nella pianura grande e sconfinata
e lungo il fiume – parea come un lamento –
una nenia triste e desolata
che piangeva sull’alito del vento.

Cammina cammina
la casa è lontana
la morte è vicina
e c’è una campana
che suona, che suona:
Din, don, dan …
Che suona, che suona:
Din, don, dan …

(Recitato)

Mormorando, stremata, centomila
voci stanche di un coro che si perde
fino al cielo, avanzava in lunga fila
la marcia dei fantasmi in grigioverde.

Non è il sole che illumina gli stanchi
gigli di neve sulla terra rossa.
Gli alpini vanno come angeli bianchi
e ad ogni passo coprono una fossa.

(Cantato)

Tutto ora tace. A illuminar la neve
neppure s’alza l’ombra di una voce
lo zaino è divenuto un peso greve:
ora l’arma s’è mutata in croce.

Lungo le piste sporche e insanguinate
son mille e mille croci degli alpini,
cantate piano, non li disturbate,
ora dormono il sonno dei bambini.

Cammina cammina
la guerra è lontana
la casa è vicina
e c’è una campana
che suona, ma piano:
Din, don, dan …
Che suona, ma piano
Din, don, dan …



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Joska, la rossa

El muro bianco drio de la tò casa,
ti te saltavi come un oseléto.
Joska la rossa, péle de bombasa,
tute le sere prima de 'nda in leto.

Te stavi li co' le tò scarpe rote,
te ne vardavi drio da j oci mori,
e te balavi alegra tuta note,
e i baldi alpini te cantava i cori.

Oh..., Joska, Joska, Joska,
salta la mura fin che la dura.
Oh..., Joska, Joska, Joska,
salta la mura bala con mi. Oh...

Ti te portavi el sole ogni matina
e de j alpini te geri la morosa,
sorela, mama, boca canterina,
oci del sol, meravigliosa rosa.

Xe tanto e tanto nù ca te zerchémo,
Joska la rossa, amor, rosa spanja.
Ma dove sito andà? Ma dove andemo?
Semo ramenghi, o morti. E così sia.


Oh..., Joska, Joska, Joska,
salta la mura fin che la dura.
Oh..., Joska, Joska, Joska,
salta la mura bala con mi. Oh...

Busa con crose, sarà stà i putei?
La par na bara e invece xe na cuna.
E dentro dorme tutti i tò fradei,
fermi impalà co i oci ne la luna.

Oh Joska, Joska, Joska,
salta la mura fin che la dura.
Oh Joska, Joska, Joska,
salta la mura, fermete là.
fermete là..



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Stelutis alpinis

Stelutis alpinis è uno fra i più celebri brani corali della tradizione italiana, composto da Arturo Zardini (Pontebba, 9 novembre 1869 – Udine, 4 gennaio 1923).

Scritto in friulano è per gli abitanti di questa regione, e non solo, un vero e proprio inno. Composto da Zardini quando era profugo a Firenze durante la prima guerra mondiale, non è un brano popolare ove per popolare si intenda di provenienza orale e quindi di valenza assoluta per gli appassionati di etnomusicologia, ma si tratta di un brano d'autore sia nel testo che nella musica.
Si richiama vagamente nella forma alla villotta friulana in cui due parti superiori (tenori primi e secondi) procedono per moto parallelo e una o due parti inferioni (bassi e baritoni) "contrappuntano" sui gradi fondamentali della scala, in questo caso di Re maggiore.
È un caposaldo indiscusso della musica corale che gli estimatori del settore trattano come "una reliquia" proprio per la sacralità di un testo che, pur non facendo riferimenti espliciti a scritti religiosi o liturgici, è considerato la vera preghiera dell'alpino, e spesso è cantato durante le celebrazioni liturgiche a cui partecipano i militari di montagna.
La bellezza e la dolcezza del brano è stata avvalorata da esecuzioni splendide da parte di grandissimi cori come i Philippines Madrigal Singers di Manila o il coro Tone Tomsic di Lubiana.
Numerosi anche i compositori che hanno tenuto in considerazione il melos del brano per una propria rivisitazione come ad esempio Antonio Pedrotti per il coro della SAT, Mario Lanaro, Lamberto Pietropoli eccetera.
Fra gli artisti che sono stati ispirati dal brano vi è anche Francesco De Gregori che l'ha ripreso nell'album Prendere e lasciare.

L'interpretazione migliore per questo brano è da intendersi "sottovoce" con alcuni piccoli crescendo per l'enfatizzazione di qualche parola. Un vero e proprio madrigale moderno di valore inestimabile narra di un alpino morto nella grande guerra, il quale si rivolge alla propria sposa, dicendole che lui e la stella alpina le saranno sempre accanto.

« Se tu vens cà sù ta' cretis,
là che lôr mi àn soterât,
al è un splàz plen di stelutis:
dal miò sanc 'l è stât bagnât.

Par segnâl une crosute
jé scolpide lì tal cret:
fra chês stelis nàs l'arbute,
sot di lôr jo duâr cuièt.

Ciol sù, ciol une stelute:
je 'a ricuarde il néstri ben,
tu 'i darâs 'ne bussadute,
e pò plàtile tal sen.

Quant che a ciase tu sês sole
e di cûr tu preis par me,
il miò spirt atòr ti svole:
jo e la stele sin cun té. »



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Monte Cauriol

Tra le rocce il vento e la neve
siam costretti la notte a vegliar;
il nemico, crudele e rabbioso,
lui tenta sempre il mio petto colpir.

Genitori piangete, piangete
se vostro figlio non dovesse tornar.
Vostro figlio è morto da eroe
sulle alte cime del monte Cauriòl.

Il suo sangue l'ha dato all'Italia
il suo spirto ai fiaschi del vin.
Faremo fare un gran passaporto
o vivo o morto dovrà ritornar."


https://www.youtube.com/watch?v=BW01ENwkSeA


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