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Trieste francese
MessaggioInviato: Ven Nov 24, 2006 8:55 pm Rispondi citando
rompibale
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Salutoni!

Gavessi bisogno de studiar i periodi francesi de Trieste fine '700 - inizio '800.
Gò zercà in Cavana "Trieste e l'istria nell'età napoleonica" de Quarantotti, ed. Le Monnier, 1954,........ no xè!

Qualchedun del forum lo gà, per combinazion????? Laughing

Grazie a tuti!!!

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Qua se magna, qua se BEVI...

Paolo
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MessaggioInviato: Sab Nov 25, 2006 2:05 pm Rispondi citando
margherita
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Saria assai contenta che te lo trovassi, cussì saveria se xe vero che la zona de S.Giovanni detta "piccola Prigi" la se ciama cussì xchè i soldai de Napoleone i se gà fermado qua per un certo tempo nel periodo in cui i xe stadi a Trieste, visto che le notizie che gò in merito le xe discordanti:

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MessaggioInviato: Sab Nov 25, 2006 4:48 pm Rispondi citando
micel
Ospite




scusime margherita, ma mi la savevo in un altro modo.
I me ga sempre dito che el nome derivava da quel intrigo de vicoleti, scuri e streti, tanto simili
a un quartier parigin.
...se disi tante robe...........va a capir ....
MessaggioInviato: Dom Nov 26, 2006 11:21 am Rispondi citando
margherita
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Micel forsi te gà ragion, no lo so, la version che so mi me la gà dita una prof.ssa però pensandoghe ben podessi esser valida anche la tua version.
Te gà mai fato un giro dentro la "piccola Parigi"?

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MessaggioInviato: Dom Nov 26, 2006 12:43 pm Rispondi citando
Karolina
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go trovà questa storiella a riguardo de "Piccola Parigi":"Piccola Parigi"

...."Conoscete la "Piccola Parigi"? Sembrerà strano che per parlare di Trieste nomini una città così lontana e così diversa. Ma è proprio così, la Piccola Parigi è ciò che più mi ricorda la mia città.
La Piccola Parigi è un borgo, uno dei tipici vecchi rioni triestini. Questo si estende dal vecchio manicomio ormai in pensione al nuovo centro commerciale che ha preso il posto dell'antica fabbrica di birra. Come ogni borgo, nei miei ricordi c'è un'attempata fontana verde a pedale, due piccole botteghe, un'osteria, una serra, un'officina e tanti sali e scendi circondati dal verde. Ogni casa, è una tipica casetta di campagna, ognuna di colore diverso come ogni personaggio che la abita.
Perché Piccola Parigi? Quante volte da bambina me lo sono chiesto, e quante risposte diverse mi davano. C'è chi dice che una volta, tanto tanto tempo fa, le piccole case isolate attorniate dal verde ricordassero le viete campagne parigine. Ma la storia alla quale più mi piaceva credere è quella che racconta che in fondo in fondo alla mia via, quel decrepito casone diroccato avesse ospitato i cavalli di Napoleone quando passò per Trieste. Bello pensare che nella mia via ci fossero state le scuderie del grande Napoleone. M'immaginavo tutti quei soldati in perfetta uniforme che al tramonto passavano al galoppo, uno dietro l'altro, per la stradina di ghiaia alzando tutto quel polverone, per ritirare i loro destrieri per la notte. E tutti i contadini creavano un infinito corridoio lungo il loro passaggio, acclamando quegli uomini così eleganti e battendo le mani al ritmo degli zoccoli dei cavalli. Mi piaceva credere a tutto ciò, e mi piace crederci ancora adesso.
Come già ho accennato, in cima ad una salita c'era un'osteria nella quale entravo con i miei piccoli amici per il gelato quotidiano. Arrivavamo lì muniti di tutte le monetine che trovavamo a casa e, saliti su uno sgabello per arrivare al banco-frigo, sceglievamo sul tabellone il gelato più invitante.
Prima però davamo tutti gli spiccioli alla vecchia oste dalla cuffietta azzurra la quale ce li contava e ci diceva cosa potevamo o non potevamo comperare. Così, se ci riusciva, prendevamo il più sfarzoso cornetto preconfezionato, se no ripiegavamo su di un semplice ghiacciolo.
Ricordo ancora quella nebbia di fumo di sigaretta che subito ci assaliva all'entrata, come ricordo tutti quei tavolini di legno ricoperti da frivole tovagliette a quadrettini bianchi e rossi tipiche di ogni osteria, come tipici erano tutti quei mazzi di carte abbandonati sopra e come tipico era quel calendario con le ragazze nude che arrossivo nel vedere ogni volta che entravo. Tanti giornali e altrettanti cuscinetti di fantasia tirolese coprivano le panche sulle quali si sedevano tutti quei vecchi che intonando canzonette dialettali continuavano a versarsi vino rosso dentro bicchieri opachi da quanto erano consunti.
Ricordo quei vecchi dal viso rosso paonazzo e dal nauseabondo alito di vino che si avvicinavano per ricordarci quanto bella è la gioventù. Antichi amici di compagnia, o meglio, compagni di solitudine dal viso vecchio e consumato quasi come i loro bicchierini da un ottavo.
Tra tutti ce n'era uno che più ricordo, il più stanco e il più solo. Giacomo viveva accanto a me, la sua porta dava sulla stessa terrazza, coperta da un garbuglioso intrecciarsi d'uva e di glicine, sulla quale dava la porta-finestra del mio secondo piano. Io e mio fratello spesso lo spiavamo dalla sua vetrata opaca dalla quale si vedevano ombre e fasci di luce colorati e ambigui. Lui dopo poco s'accorgeva sempre di noi e c'invitava ad entrare. Ci offriva sempre qualcosa da mangiare, sempre la stessa cosa. Vorrei saper dire cosa, ma proprio non me lo ricordo, ricordo solo che era sempre la stessa. La casa era minuscola, come la casa di ogni persona che vive da sola. C'era una piccola cucinetta orribile e rovinata composta da quei mobili anni Sessanta di truciolare rivestito da un laminato verdolino salvia. Sulla tovaglietta plasticata del piccolo tavolino c'era sempre un cestino con due frutti scarni che richiamavano la fantasia della tovaglia. Di fronte, accanto al frigo, c'era l'infernale macchina che emanava quelle luci alienanti: una semplice piccola televisione. La camera da letto era spoglia e triste come quei due frutti infilati nel cesto. Le pareti di un colore spento ospitavano un letto matrimoniale ai lati del quale c'erano due comodini di legno. Su uno c'era la foto incorniciata di sua moglie, l'altro era vuoto. Il microscopico bagno non l'ho mai visto.
Si sentiva il tipico odore di una casa abitata da un vecchio: l'aria viziata di camere mai arieggiate si mescolava all'odore di naftalina e a quello di sugo che aveva impregnato i mobili della cucina.
C'era una tapparella di una delle due finestre della camera da letto che era sempre socchiusa. Gli spiragli di luce che entravano rischiaravano appena l'ambiente. Di forma rettangolare, andavano a proiettarsi sul muro, illuminando il pulviscolo della stanza e creando quell'effetto che ha sempre affascinato i bambini. Ed io, come ognuno di loro, impazzivo nel cercare di acchiappare un pezzo di quella scia brillantinosa che mi fuggiva per poi ricomparire appena toglievo la mano. Ma presto mi stufavo e acchiappato mio fratello correvo fuori dalla casa senza neanche ringraziare.
Ricordo una volta in cui, accompagnata sempre dal fratellino, cercavo di scappare di casa dalla finestra. Rimasi bloccata a metà di quella: a gambe penzoloni, una da una parte e una dall'altra. La fuga sarebbe fallita se non fosse stato per Giacomo che sentite tante urla venne a sollevarmi rendendomi libera. Sento tutt'ora quelle vecchie mani rugose e tremanti che con tanta fatica mi alzarono. Ho provato qualcosa in quel momento, non credo tenerezza perché ad un bambino un vecchio decrepito più che tenerezza fa tristezza, ma qualcosa mi colpì. Forse per la prima volta compresi il significato della parola solitudine.
Ma così tanto solo Giacomo in realtà non lo era.
Passava gran parte della giornata in una stanzetta minuscola, che dava sulla via, con due lavatrici e quattro suoi amici: Oreste che abitava in fondo alla via, Stanco che lo era di nome e di sentire sua moglie brontolare, Carlo il salumiere e un altro del quale non ricordo più il nome che adorava i gatti del rione quanto loro il suo cibo. Cosa facevano con le due lavatrici? Il vino. Già, quei cinque ometti buffi stavano in una stanzetta che sembrava un bagno senza sanitari a centrifugare l'uva nelle lavatrici. Ed il vino non era neanche male, almeno così dicevano.
Questa è la storia di un vecchio, un semplice vecchietto triestino, che passò il suo tempo in osteria, a fare il vino e a giocare con i bambinetti della via. Ora Giacomo non c'è più, come non ci sono più le due botteghe, come non c'è più l'osteria e come non c'è più l'officina. Ormai la via è cambiata, come è cambiato il colore della vecchia fontana a pedale e come è cambiata la bambina che lo andava a stuzzicare."

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....un giorno iero de passaggio da quelle parti, e son entrada in quelle strette viuzze per da un'ociada...iera ancora caldo.. e iera 'sti bei balconsini pieni de fiori, cortiletti, finestrelle picie con belle tendine, sembra un'oasi de pase....vaccamastella iero senza macchina fotografica....margherita cara te podessi meter un per de foto del tuo bel rion!!!!

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..che l'A vadi ben, che l'A vadi mal, sempre alegri mai passion!
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MessaggioInviato: Dom Nov 26, 2006 2:03 pm Rispondi citando
micel
Ospite




margherita ha scritto:

Te gà mai fato un giro dentro la "piccola Parigi"?

uno solo???
la stava "una" e "un" che ...xe mejo lassar perder.
e de quele parti ghe jera una casa dove che dentro girava ....oh, oh...cossa girava?....
La casa xe ancora, quei che girava con quel che girava, no.

PS ....ma cossa girava? Very Happy Very Happy Very Happy
MessaggioInviato: Dom Nov 26, 2006 7:13 pm Rispondi citando
margherita
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Karolina grazie, grazie e grazie con quel racconto te me gà fato tornar indrio nel tempo quando anche mi giravo x quelle viuzze, giogavo el "porton", andavo cior mio nonno in osteria dove che iera i tavoli de legno con de sora le tovaie bianche e rosse e le sedie de legno , sui tavoli iera i ottavi de rosso o de bianco , qualche piatto con ancora una fetta de salame o prosciutto , un gatto caminava per tera e iera nell'aria el vero odor de osteria inconfondibile, ogni tanto te sentivi due veci che giogava la mora, oppur briscola................
Doverò metter le foto si te gà ragion, solo che adesso xe cambiado sai, le casette xe restade, rimodernade, i giardini ben o mal i esisti ancora, ma l'atmosfera che iera parecchi anni fa no la xe più.
Qualchedun gà imbrattado una fontana a pedale, a quell'altra i ghe gà cavado el pedal, cresi erbazze dappertutto.
Quel che xe rimasto xe el cantar de un sacco de usei, come una volta me ricordo che quando verzevo i scuri sull'albero de peri in giardin iera una zaia de passeri che fazeva un gheto del diavolo e pereva che l'albero gavessi messo le foie.

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MessaggioInviato: Dom Nov 26, 2006 7:17 pm Rispondi citando
margherita
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Micel, visto che abitavo qua contime un poco de sto "uno" e "una", niente de difficile che li conosevo, e quella casa che te parli che la xe ancora quala xe? Basta poche indicazioni, individuo subito tutto.

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MessaggioInviato: Lun Nov 27, 2006 1:12 am Rispondi citando
micel
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Cussì? Davanti de tuti? ...credime, no se pol. Confused
MessaggioInviato: Lun Nov 27, 2006 10:00 am Rispondi citando
fede
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Sarò tropo avanti, ma go capido mi de cosa parla micel.
Margherita, te conto in privato. Cool

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MessaggioInviato: Lun Nov 27, 2006 11:47 am Rispondi citando
margherita
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Understood ok Confused Confused

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MessaggioInviato: Lun Nov 27, 2006 5:12 pm Rispondi citando
Ursus Canadiensis
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fede ha scritto:
Sarò tropo avanti, ma go capido mi de cosa parla micel.
Margherita, te conto in privato. Cool


Nol saria spocrcacion, no, Fede? Embarassed Embarassed Evil or Very Mad Evil or Very Mad Evil or Very Mad Very Happy Very Happy Very Happy

Orso

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INVECIARSE XE TUTOGI LA SOLA MANIERA DE VIVER A LUNGO.
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MessaggioInviato: Lun Nov 27, 2006 5:26 pm Rispondi citando
fede
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Neanche lontanamente. Cool

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MessaggioInviato: Lun Nov 27, 2006 5:29 pm Rispondi citando
Ursus Canadiensis
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fede ha scritto:
Neanche lontanamente. Cool


Stanote dormirò mejo...

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MessaggioInviato: Lun Nov 27, 2006 10:45 pm Rispondi citando
Babu
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Anche mi. oggi i sardoni iera a 3 euro al chilo. Domani chissa ..

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Babu
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